Nella congregazione del 12 febbraio 1702, alla presenza del principe dell’Accademia di San Luca Carlo Maratti (1625-1717) e del segretario Giuseppe Ghezzi (1634-1721), furono stabiliti criteri e compiti per organizzare con la massima cura la festa per la celebrazione dei vincitori del “Primo Concorso de’ Premij ordinato dal Papa”.
Clemente XI (1700-1721) aveva voluto, e formalizzato con chirografo dell’8 marzo 1702, che “li scudi 400 […] che si dovessero spendere per li palij nel prossimo p.to Carnevale e li scudi 80 per il solito pranzo si consegnino a Maratti Prencipe dell’Accademia de Pittori, Scultori et Architetti per li premij". Era questo il primo atto di una storia protrattasi, non senza interruzioni e momentanee riprese, per oltre centosessanta anni.
La formula elaborata all'inizio verrà riproposta, salvo pochi cambiamenti, in tutte le trentacinque edizioni che si terranno fino al 1869, quando sarà celebrato l’ultimo concorso “Clementino”, così chiamato a partire dal 1783 proprio in onore del pontefice che lo aveva voluto.
Dalla sua istituzione, per espresso desiderio del pontefice questa competizione doveva essere aperta anche agli stranieri, che vi parteciparono sempre più numerosi, amplificando la fama e il prestigio internazionale dell'Accademia di San Luca.
Per ognuna delle “tre arti sorelle del disegno” – pittura, scultura e architettura – erano previste tre classi (ridotte a due a partire dall’edizione del 1824) ognuna delle quali comportava lo svolgimento di soggetti di diversa difficoltà a seconda del grado di preparazione dei partecipanti.
Per l’architettura, le prove per i concorrenti della III classe, gli esordienti, riguardavano prevalentemente il disegno dell’ordine architettonico o il rilievo di una piccola struttura; i partecipanti alla II classe, già avviati nella formazione, si sarebbero dovuti cimentare in una prova compositiva di un manufatto di ridotte dimensioni, a volte un elemento del tema assegnato ai concorrenti della I classe; quest’ultimi, i candidati con maggiore esperienza, dovevano progettare un organismo più complesso, un edificio o una struttura alla scala urbana.
Dal momento dell'affissione dell'avviso i concorrenti avrebbero avuto un periodo variabile di mesi per redigere il progetto, talvolta estremamente ristretto.
Nel giorno stabilito i concorrenti avrebbero quindi consegnato i loro elaborati in Accademia. Questi venivano contrassegnati con lettere o numeri per garantire l’anonimato degli autori i quali, nei giorni seguenti, sarebbero stati chiamati a cimentarsi nella prova estemporanea (da svolgere in due giorni dall'edizione del 1836), una verifica di grande importanza perché forniva ai giudici non soltanto elementi circa la maturità dei concorrenti, ma soprattutto permetteva l’accertamento dell’effettiva autografia dei progetti presentati. Anche le prove estemporanee avrebbero riportato il medesimo codice identificativo delle prove principali e, in molti casi, i sigilli in ceralacca per autenticare formalmente l'esame; infine, tutti gli elaborati sarebbero stati custoditi sotto chiave sino al momento del giudizio.
Le commissioni giudicatrici, una per ogni arte, erano formate da professori accademici, a volte presiedute dal principe dell'Accademia.
In realtà, i giovani partecipanti spesso erano tutt’altro che sconosciuti agli esaminatori, perché allievi, parenti o collaboratori nei loro studi.
I sospetti sulla possibilità, tutt’altro che remota, di favoritismi erano ricorrenti, e per questo ripetutamente vennero affinate procedure volte, almeno nelle intenzioni, a mettere al riparo i giudici da accuse disonorevoli più o meno fondate. La diffidenza era alimentata anche dall’attribuzione ripetuta di ex aequo che per le classi di architettura aveva portato frequentemente all’equivalenza tra numero di concorrenti e premiati. Questa pratica era diffusa e ricorrente per ogni disciplina, al punto che nel 1841 il cardinale camerlengo Tommaso Riario Sforza invitò il presidente dell'Accademia Clemente Folchi ad evitare assegnazioni di premi pari merito, ricorrendo in caso di parità all'estrazione a sorte.
Valutati i progetti, tutti gli elaborati dei vincitori di ogni classe, compresi i disegni delle prove estemporanee, venivano esposti per essere ammirati prima dai cardinali e dagli ospiti più illustri, quindi dal pubblico che, edizione dopo edizione, accorreva sempre più numeroso.
Fino all'edizione del 1851, le solenni premiazioni dei vincitori delle prove di pittura, scultura e architettura si svolsero in Campidoglio, in un salone, spesso la sala degli Orazi e Curiazi, nel quale veniva appositamente realizzato un “Teatro”, una struttura effimera variamente articolata nella quale trovavano posto, seguendo uno schema attentamente definito, schiere di influenti cardinali, prelati, nobili e aristocratici non solo romani, oltre agli accademici, vestiti in “spada e cappa”, ai poeti dell'Arcadia, ai musicisti e all'oratore, un eminente erudito a cui veniva affidata la lettura del discorso solenne a cui si sarebbero dovuti ispirare gli artisti e, in modo particolare, i giovani aspiranti tali.
Il palco centrale era destinato al papa. In realtà, da ciò che emerge dalle cronache, i diversi pontefici che si susseguirono nel tempo in cui si svolsero i concorsi non presenziarono alle premiazioni, ma una loro effige, spesso affiancata dai ritratti di Girolamo Muziano e Federico Zuccari, autori delle grandi riforme attuate in Accademia nel XVI secolo, era collocata spesso sotto un imponente baldacchino rivestito con stoffe pregiate e illumiato da candele su candelabri d'argento. Tuttavia, è noto che Clemente XI si recò in Campidoglio a visitare la mostra degli elaborati il 3 ottobre 1712, il giorno seguente la premiazione dell'edizione di quell'anno, e che per dare maggior lustro a questo evento straordinario i giovani vincitori già premiati vennero fatti tornare ad omaggiare il pontefice; anche papa Leone XII inaspettatamente avrebbe visitato la mostra degli elaborati il 27 settembre 1824, notizia prontamente riportata nei giorni seguenti sulle colonne del “Diario di Roma”.
Altri palchi erano destinati agli ospiti di rilievo, talvolta regnanti in visita al pontefice, oppure ambasciatori al loro seguito.
Questa organizzazione riprendeva di fatto quella ideata da Carlo Fontana (1638-1714) per i festeggiamenti del centenario della fondazione dell'Accademia, celebrati in Campidoglio nel 1696.
Carlo Fontana sarà, fino al 1708 con il figlio Francesco (1668-1708), l'autore anche degli allestimenti dei “Teatri” per le prime edizioni dei concorsi voluti da Clemente XI.
Tale era l'attenzione che gli accademici rivolgevano al buon esito della grande festa in Campidoglio (i verbali delle congregazioni accademiche riportano lunghi elenchi delle mansioni di un rigoroso cerimoniale che alla viglia di ogni edizione venivano affidate agli accademici, impegnati a presidiare gli ingressi, ad accogliere i cardinali e gli ospiti illustri, ma anche ad assicurare “la custodia delle cere”, compito che nel 1708 fu affidato a Filippo Juvarra), che nel 1709 la progettazione di un "Gran salone di figura ovale per uso di una insigne accademia" divenne il soggetto della prova di architettura di I classe, mentre i concorrenti della II classe si sarebbero cimentati nel progetto di una “ingegnosa scala per ascendere in gran palco, destinato per un gran principe”.
A Juvarra, con Giovanni Battista Contini e Carlo Francesco Bizzaccheri, si deve anche il disegno del “Teatro” per i festeggiamenti del 1713. Scrive Giuseppe Ghezzi nel "volumetto" di quella edizione del concorso: “disegnarono nel capo della sala un magnifico teatro rilevato dal molo fino all'altezza di otto scalini, sopra del quale ergevasi la Cattedra per l'Oratore, collocandovi intorno con duplicato giro i sedili de i virtuosissimi Arcadi, e de nostri Accademici. Sopra questo prospetto stendevasi l'eminente palco in lunga centina per la musica, il quale era circondato da un prezioso arazzo di molte e ben corrette figure, e con gruppi di drappi e trine meravigliosamente adornato”.
Parte fondamentale della cerimonia di premiazione erano le esecuzioni musicali che introducevano l'arrivo dei cardinali nel salone, accompagnavano il momento dell'attribuzione delle medaglie e quindi concludevano la serata. Fino al 1709 furono eseguite dal celebre compositore e violinista Arcangelo Corelli (1653-1713). Nell'edizione del 1704 l'orchestra che eseguì la cantata finale era diretta da Alessandro Scarlatti (1660-1725).
Altrettanto importante era l’orazione, declamata da un eminente relatore, spesso un religioso di alto rango eletto accademico nei giorni immediatamente precedenti la cerimonia di premiazione, a cui seguiva la lettura di sonetti ed epigrammi composti da poeti dell’Arcadia.
I giovani premiati venivano insigniti di medaglie appositamente coniate, di metalli e valori diversi a seconda del riconoscimento ottenuto. Per molte edizioni furono realizzate dalla bottega di Ermenegildo Hamerani, celebre incisore, accademico di San Luca dal 1719; riportavano su un lato l'effige del pontefice circondata da un motto e dall'altro l'immagine di san Luca, protettore dei pittori e dell'Accademia.
Dal 1851 al 1869 le celebrazioni si tennero nella Galleria accademica: pur cercando di mantenere l'aulicità delle precedenti edizioni, ben poco era rimasto dello spirito del concorso e della festa delle arti dedicata da Clemente XI nell’ormai lontano 1702 “alla studiosa Gioventù del Disegno”.
La maggior parte delle edizioni del concorso venne accompagnata dalla pubblicazione a stampa di "volumetti" nei quali era riportato il racconto, spesso affidato alle parole del segretario dell'Accademia, delle fasi salienti della cerimonia, il testo dell'orazione, quelli dei sonetti e, infine, l'elenco dei premiati.
[Laura Bertolaccini]